GENITORIALITA' E ADOLESCENZA: UNA SFIDA COMPLESSA


ABSTRACT

Da qualche tempo ho iniziato a seguire famiglie con figli adolescenti nell'associazione per la quale faccio tirocinio, così, interessata alle dinamiche relazionali che vengono a crearsi all'interno di questi nuclei, ho deciso di sviluppare questo elaborato cercando di osservare le famiglie in chiave sistemica.

Molta della bibliografia riguardate il tema “adolescenza” è soprattutto di stampo psicoanalitico, ma è stato comunque interessante utilizzare questi spunti teorici per allacciarli a temi che sono stati trattati in questi due anni durante il mio percorso formativo al CMTF.

Nello sviluppare questo elaborato ho cercato di miscelare la pratica clinica con alcuni dei concetti teorici che ho appreso durante le lezioni, al fine di dare una lettura differente della relazione fra genitori e figli adolescenti, penso infatti che lavorare con gli adolescenti non comporti sottovalutare le figure di riferimento, bensì darne un significato sistemico nella dinamica relazionale.

INTRODUZIONE

“...vale a dire che nessun dilemma è troppo grande per essere risolto,

nessun ostacolo troppo solido da resistere agli sforzi e alle buone intenzioni,

nessun male cosi assoluto e consolidatoda essere irrimediabile,

nessuna sofferenza così intensa da non essere alleviata e nessuna perdita

così finale da non poter essere rimediata o compensata.”

Roy Schaffer(1976 p. 26)

E' ormai conoscenza comune che l'adolescenza è un periodo di cambiamento, in cui il ragazzo cresce sia da un punto di vista fisico che psichico, relazionale ed emotivo. Egli infatti inizia a sentirsi grande, ha bisogno di sperimentarsi, crescere, conoscere e sentirsi libero di fare, anche di sbagliare se necessario e ciò porta indubbiamente ad una modifica della vecchia stabilità familiare (potenzialmente ottimale fino allo sviluppo del ragazzo). L'adolescente può essere considerato un giovane Ulisse che, terminate le lotte dell'infanzia, ha bisogno di esplorare il mondo, vivere coinvolgenti passioni per poi ritornare a Itaca, a casa, dove la fedelissima Penelope (la famiglia) lo aspetta. Questo è un passaggio che avviene in tutte le famiglia con dei figli, allora:

  • Perché in alcuni nuclei familiari questo cambiamento si presenta senza destare particolari problemi nell'evoluzione familiare, mentre in altre nuclei si crea una sorta di “stallo”in cui sembra che i figli fatichino a crescere e i genitori stentino ad aiutarli?

  • Perché ci sono genitori che si presentano in terapia per ottenere consigli volti a modificare il loro stile educativo?

  • Quali sono le motivazioni che spingono alcuni adolescenti a sperimentarsi in modo più estremo e pericoloso rispetto ad altri?

Come nel campo della psicopatologia, anche la risposta a queste domande non può essere univoca e certa. Ci sono molte variabili che influiscono durante la formulazione delle risposte: l'eziogenesi del disturbo, la cultura da cui proviene la famiglia, quella nella quale è inserita, i pregiudizi di chi decide di formulare la risposta, e soprattutto le teorie di riferimento che vengono prese in considerazione pertanto, come sostiene Bertrando, “Non esiste una teoria in grado di spiegare tutto, e nemmeno di cogliere la “realtà”. I “fatti” che vediamo intorno, li vediamo secondo le nostre premesse, e perciò le teorie limitano la nostra possibilità di conoscere. Esistono tante teorie quante realtà. Forse, se ne avessi conosciute altre, avrei visto quelle stesse scene con altri occhi” (Bertrando p.12).

Il mio intento dunque, non è quello di scrivere un articolo con delle risposte esaustive e corrette a queste domande, bensì fornire delle possibili chiavi di lettura per osservare una famiglia nel momento in cui un membro della stessa cambia.

Verranno utilizzati dei casi clinici per esemplificare alcune premesse teoriche citate e prese come modello, ma penso che sia solo un assaggio di ciò che è il mondo della clinica: il modo di procedere di un terapeuta sistemico dovrebbe essere quello di creare ipotesi riconoscendo l'unicità della famiglia che si ha di fronte.

Anche nel caso di famiglie con figli adolescenti (come nel caso di qualunque famiglia si presenti nella stanza di terapia) è importante che vi sia una raccolta della loro storia evolutiva che porterà il terapeuta a fare ipotesi insieme alla famiglia, per poter cercare di superare il periodo di stallo in cui si sono ritrovati, permettendo di co-costruire una storia differente che sciolga quel nodo che lega l'adolescente ai genitori e viceversa.

UNA PUNTEGGIATURA DIFFERENTE

F: La domanda “mi ami?” non funziona, vero?

Sembrano tutti resoconti oggettivi,

e invece modificano il contesto dell'interazione.

P: no. no, Cap., chiederlo non funziona.

(Bateson)

Capita spesso che ci siano genitori in difficoltà che si rivolgono a figure terapeutiche quali psicologi, psichiatri, neuropsichiatri.. per chiedere una mano nell'affrontare un figlio che non riconoscono più: spesso le frasi che si sentono pronunciare sono del tipo “Come può esserci stato un cambiamento così repentino in mio figlio?”, “Non posso credere che mio figlio abbia iniziato a fumare!” “Com'è possibile che non mi sia accorta da sola che mio figlio ha iniziato a usare cannabinoidi?”, “Cosa ne sarà di mio figlio se non riesco a fermarlo ora?” ecc...

Di contro le frasi degli adolescenti che spesso risuonano in seduta sono: “Io non posso essere davvero loro figlio, sono troppo diversi da me” “I miei genitori non mi capiscono” “Quelli sono troppo all'antica, è inutile che si tenti un dialogo, non capiscono nulla!” ecc..

Ecco che, mettendo a confronto queste frasi, si nota subito come uno dei pezzi mancanti fra le figure familiari possa essere una comunicazione diretta, adulta, aperta.

Spesso, nel passaggio transitorio dall'infanzia all'età adulta dei figli, i genitori non si rendono conto che devono subire anch'essi un cambiamento affinché possa esserci un'evoluzione positiva. Essi continuano a pensare che i loro figli abbiano bisogno di protezione, controllo e, come spesso hanno fatto per tutto il periodo dell'infanzia, più che ascoltarli si limitano a trattarli come se fossero incapaci di articolare pensieri propri, tendono a non capire perché il figlio possa ribellarsi alle regole impostegli, non riescono a capirlo, ma forse, non hanno mai provato a comprenderlo davvero.

Affermo ciò perché se consideriamo la famiglia in ottica sistemica, possiamo considerarla un sistema autopoietico perciò, nel momento in cui avviene un cambiamento di un membro della famiglia, ogni singolo componente deve essere pronto per un mutamento di struttura, in caso contrario, potrebbe insorgere uno stallo, un blocco, per cui potrebbe essere difficile per la famiglia creare un nuovo equilibrio, se non patologico.


“L'epistemologia sistemica considera l'individuo come un complesso sistema bio-psico-sociale e, come sostengono i due biologi e epistemologi costruttivisti Maturana e Varela (teoria dei sistemi autopoietici) noi costruiamo dei sistemi e i nostri comportamenti, interattivi ed evolutivi, non sono indipendenti da essi: se un membro del sistema cambia, cambia anche il sistema a cui appartiene, attivando così un processo di ri-significazione delle relazioni fra gli elementi del sistema stesso (M.Lancini).


Questo è un periodo in cui i figli iniziano a punteggiare la propria vita utilizzando interlinee differenti rispetto a quelle dei genitori, un periodo in cui il confronto dovrebbe essere necessario, per la crescita e la maturità del figlio, ma per il genitore che non è mai stato attento, non ha mai ascoltato davvero il figlio, ma si è sempre e solo occupato di accudirlo, non sarà così semplice iniziare a farlo.

Il sistema familiare deve quindi essere pronto a cambiare, modificarsi per far sì che, contemporaneamente allo sviluppo del corpo dell'adolescente, anche l'intero sistema familiare si modelli per dar spazio ad un nuovo equilibro. Come sottolinea Baldascini. “Come il ti- modellamento corporeo è consentito ed assecondato dall’elasticità della pelle e del tono muscolare, così anche i confini familiari, invisibile involucro protettivo della famiglia, sono in questa fase duramente provati. Dalla loro elasticità e flessibilità dipendono l’armonico assolvimento della loro funzione e le modifiche necessarie alla riorganizzazione familiare.”

Considerate queste premesse teoriche è interessante porsi le seguenti domande: cosa hanno bisogno gli adolescenti nella società attuale? Quali sono le loro aspettative? Quali sono i comportamenti che attuano per affrontare il loro cambiamento? Come si aspettano che si modifichi la propria famiglia?

Proverò ora, mediante un esempio clinico ad esaminare queste premesse teoriche:


Il signor Franco e la signora Maria, dopo un paio di colloqui familiari, si presentano al colloquio soli e, come nei precedenti incontri, continuano a raccontare di essere molto preoccupati per il figlio: non capiscono come sia possibile che abbia iniziato a fumare, si chiedono come sia possibile che, nonostante a loro non piacciano i suoi amici, lui continui a frequentarli. Si chiedono come sia possibile che non rispetti più gli orari che gli vengono imposti e non si spiegano come lui possa essere così disinteressato alla vita familiare.

In particolar modo è scossa la signora Maria, la quale, intercalando il discorso con risatine “isteriche”, ci spiega che suo figlio attua dei comportamenti rischiosi per la sua incolumità, non ascolta più ciò che lei gli dice, che non la rispetta e lei non sa più come comportarsi.

Il signor Franco invece sembra essere più tranquillo, anche lui dichiara una mancanze di rispetto del figlio nei suoi confronti, si sente preso in giro poiché il figlio non rispetta le regole che gli vengono imposte; ma a differenza della moglie pensa possa essere solo un periodo transitorio e che forse, un giorno, tornerà ad essere più tranquillo.

Entrambi sembrano essere molto preoccupati perché hanno trovato nella tasca dei jeans del ragazzo del fumo e pensano abbia iniziato ad utilizzare cannabinoidi. Hanno parlato con il figlio, il quale dice di averlo tenuto per fare un favore ad un amico, ma loro non gli credono e sono molto spaventati per questo, chiedono degli strumenti per poter tornare la famiglia serena che sono sempre stati fino all'anno prima.

“Questa settimana è stata un po' difficile, ma sembra che grazie a quello che è successo settimana scorsa, io mi sia riavvicinato alla mia famiglia, anzi tutti ci siamo riavvicinati!”

Questa la frase con cui Nicolò inizia la sua prima seduta in assenza dei genitori.

Nicolò è un ragazzo di 14 anni, ha appena iniziato una scuola di agraria e sogna di diventare tecnico informatico. É un ragazzo timido, a volte sembra che abbia timore nel raccontare degli aneddoti e spesso si limita a rispondere alle domande che gli vengono fatte senza cercare di aggiungere particolari, come se dovesse farlo, ma non ne avesse molta voglia.

Racconta della morte della nonna, avvenuta la settimana precedente, della sua grande sofferenza, soprattutto dettata dal ricordo di un altro lutto subito in famiglia a Febbraio di questo stesso anno. Più che raccontare verbalmente questa sofferenza la mostra abbassando la testa e facendo scivolare qualche lacrima sul volto, sembrerebbe avere tanta voglia di parlare con qualcuno di questo momento complesso, ma vengono rispettati i suoi tempi e accolto il suo silenzio. Racconta che dopo questo evento si è sentito più vicino alla sua famiglia ed ha iniziato a parlare un po' di più con il padre.

Si nota in lui un forte rispetto nei confronti della famiglia, sembra non abbia la forza di raccontare se qualcosa non va, come se ci fosse un mito familiare che preveda la visione di un'armonia impossibile da controbattere all'interno della famiglia; dunque Nicolò, per non sentirsi estraneo, rispetta questo mito.

Durante l'incontro, spronato da qualche domanda costruisce il suo genogramma, spiegando i rapporti tra i vari familiari, ma soprattutto i rapporti che ha lui con le persone che gli stanno vicine. Mostra chiaramente come il mito ipotizzato possa essere davvero presente in famiglia. Nicolò infatti racconta di una famiglia idilliaca, in cui non esistono screzi, anzi, solo tanta voglia di stare vicini e aiutarsi vicendevolmente.

Queste sono le due storie raccontate in due sedute fatte nella stessa giornata,contemporaneamente, alla stessa famiglia; sembra si siano narrati racconti di due famiglie diverse, sconosciute, invece è solo il punto di vista a cambiare: i genitori sembrano essere preoccupati perché il figlio non rispetta le regole imposte e non si preoccupano delle sue esigenze, mentre lui sembra preoccupato di non uscire dagli schemi dettati dal mito familiare che incombe sulle sue spalle, ma è ipotizzabile che manifesti le sue idee opponendosi ai genitori con comportamenti differenti rispetto quelli che gli vengono richiesti.

Come sostiene Gambini “Ogni interazione umana è caratterizzata da una sequenza di scambi. Ogni individuo, a seconda del proprio punto di vista, è portato a dare alla sequenza un preciso ordine piuttosto che un altro in modo tale che alcuni avvenimenti divengano la causa di altri. É sulla base di queste premesse che il terzo assioma della comunicazione sostiene che la natura della relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. Si tratta di un fenomeno che caratterizza tutte le interazioni. La sua significatività sta nel fatto che attraverso di essa i partner della comunicazione definiscono diversi ruoli per sé stessi e per gli altri.

Per questo essa può essere l'origine di accesi conflitti interpersonali.” (p. 73).

Nel caso dell'esempio riportato sopra è semplice notare come effettivamente sia difficile mettere insieme i due punti di vista, la punteggiatura del ragazzo è totalmente decentrata rispetto a quella dei genitori: Nicolò trasgredisce le regole nella speranza che i genitori si accorgano di lui, lo ascoltino e lo supportino in un momento difficile della sua vita, i coniugi invece non vedono la sofferenza del figlio, ma focalizzano la loro attenzione sul suo comportamento “errato” e pretendono di essere ascoltati e rispettati per il semplice fatto di essere genitori.

Tornando dunque alle domande iniziali: quanto l'ascolto è presente nelle famiglie? Quanto i membri familiari sono disposti ad osservare e comprendere la punteggiatura dell'altro per modificare la situazione? Quanto è possibile per un terapeuta perturbare il sistema famiglia affinché possa avvenire lo sviluppo in una famiglia in stallo?

Come dice Charmet: “la crisi dell'adolescente è una sfida all'intelligenza degli adulti, alla loro capacità di organizzare una risposta intelligente; bisogna riuscire a non disertare il campo della relazione educativa nonostante vi è quasi la certezza di rimanerne feriti del proprio amor proprio, nelle aspettative affettive ed educative.” (G.P. Charmet 1995).

I genitori di questa famiglia, come i genitori di diverse altre famiglie con figli adolescenti, portano in seduta il loro malessere, la loro situazione di stallo, chiedendo un aiuto per riuscire a “modificare” il figlio, affinché possa crescere esattamente nel modo che loro hanno in mente per lui.

Difficilmente i genitori arrivano con l'idea che il figlio possa crescere in modo differente da come loro hanno fantasticato, e spesso non riescono ad accettare il fatto che devono essere i primi a mettersi in gioco, a cambiare il modo di punteggiare la vita, affinché possa avvenire un cambiamento all'interno della famiglia, una trasformazione utile per modificare la situazione critica nella quale si arriva nel momento in cui viene chiesto l'aiuto agli specialisti.

Durante il ciclo di vita della famiglia al genitore sono richiesti compiti diversi, a volte anche inconciliabili. Come dice Minuchin “il processo genitoriale varia a seconda dell'età dei figli: quando sono piccoli predominano funzioni di nutrizione e allevamento. Guida e controllo assumono importanza in un secondo momento. Via via che i bambini maturano, soprattutto durante l'adolescenza, le esigenze dei genitori cominciano a contrapporsi a quelle di autonomia proprie dell'età dei figli. La funzione genitoriale diviene un processo difficile di reciproco adattamento. I genitori impongono regole che non sanno spiegare in quel momento o spiegano inadeguatamente, oppure considerano evidenti di per se le ragioni delle regole date, mentre non lo sono affatto per i figli. Quando i figli crescono possono anche rifiutare le regole. Possono comunicare i loro bisogno più o meno chiaramente e fare nuove richieste ai genitori.”

È a tal proposito che uno dei compiti principali del terapeuta familiare che lavora con la famiglia di un adolescente è permettere alla coppia genitoriale di leggere i comportamenti del figlio non come “patologia”, ma come una manifestazione tramite la quale cercano di essere ascoltati: Hachet suggerisce per esempio che “l'utilizzo di cannabinoidi spesso è un albero che nasconde una foresta di problemi familiari che impatteranno sulla psiche dell'adolescente” (pp.52); Charmet invece sostiene che “gli adolescenti, a differenza degli adulti, hanno una strana specialità: trasformano la loro tristezza, a volte lancinante, in azioni, comportamenti spesso violenti, quasi sempre rischio, rumorosi, effettuati in gruppo; oppure gettano la loro malinconia al vento ed alla velocità del loro motorino.Il loro modo di essere depressi e sofferenti confonde gli adulti ed impedisce di comprendere fino in fondo l'entità del disastro depressivo che allaga la loro mente... perciò i genitori non vedono la depressione, ma l'insuccesso scolastico, o la tendenza ad accostarsi a sostanze stupefacenti, o la comparsa di comportamenti molto rischiosi per l'incolumità fisica, psichica e sociale.” (pp. 124-125).

In molti casi, risulta dunque di fondamentale importanza imparare a leggere la punteggiatura dell'adolescente, non solo per il terapeuta che lo segue in terapia, ma soprattutto per i genitori, affinché abbiano la possibilità di modificare il contesto familiare aiutando l'adolescente a divenire adulto. Ciò vuol quindi sottolineare l'importanza di come un percorso terapeutico per un adolescente in difficoltà non può avvenire esclusivamente con l'adolescente stesso, ma sarebbe importante che avvenisse anche per i genitori, in modo tale che si modifichi tutto il sistema di riferimento poiché, come sostiene Bateson, “il contesto è la matrice di significati”.



IL CAMBIAMENTO COME NARRAZIONE DIFFERENTE

“Pensare in termini di storie dev'essere comune a

tutta la mente o a tutte le menti”

(G. Bateson)

A volte per i genitori risulta difficile provare a leggere la storia dello sviluppo familiare in modo differente, rispetto come l'hanno sempre visto: spesso si presentano in seduta con un racconto lineare, chiaro e preciso, e non riescono a spiegarsi come si è potuti arrivare ad una situazione critica, oppure nella loro storia hanno già in mente il perché si è arrivati ad una situazione problematica, ed è compito del terapeuta cercare di co-costruire storie alternative rispetto a quelle con le quali si presenta la famiglia al primo colloquio. Prendiamo l'esempio di Claudio e la sua famiglia nucleare:

Claudio è un ragazzo di 15 anni, adottato da quando aveva pochi mesi, la madre adottiva quando Claudio aveva 6 anni si è separata dal marito e dopo un paio di anni ha deciso di andare a convivere con un nuovo compagno (un collega di lavoro). Quando si presentano in terapia il nucleo familiare è composto da Claudio, la madre Anna e il nuovo compagno della madre Filippo; il padre adottivo di Claudio invece sembrerebbe poco interessato al figlio, lo vede solo una volta ogni 15 giorni e anche Claudio sembrerebbe non vederlo volentieri (forse influenzato dalla madre che sembra essere ancora molto arrabbiata con quest'uomo a causa della separazione).

Si presentano in seduta Anna e Filippo, molto preoccupati a causa del comportamento del figlio, poiché da qualche mese hanno scoperto che il ragazzo ha iniziato ad utilizzare cannabinoidi e non frequentare più la scuola. Loro hanno paura di quello che potrebbe succedere, si sentono impotenti, chiedono un aiuto per gestire Claudio e permettergli di crescere “nel migliore dei modi”.

Viene chiesto ad entrambi i genitori di narrarci la loro storia e scopriamo come la madre si senta responsabile della situazione, sostiene di non essere stata in grado di stargli vicino come avrebbe voluto, ci racconta che nel suo immaginario, nel momento in cui ha deciso di prendere in adozione Claudio, pensava che sarebbero stati in due ad accudirlo e amarlo, per potergli dare tutto ciò che non aveva potuto ricevere dai genitori biologici. Si è invece trovata dopo poco tempo non solo ad affrontare una separazione per lei molto complessa (poiché il marito ha deciso di lasciarla per andare a vivere con una nuova compagna), ma a dover spiegare al figlio i motivi di una nuova separazione da parte di una figura genitoriale.

Racconta di essersi sentita inadeguata, sola, non pronta ad affrontare la situazione dunque pensa che il comportamento del figlio oggi, non sia altro che la carenza delle cure che lei avrebbe dovuto dargli in passato. Pensa che i comportamenti del figlio siano il suo modo di ribellarsi a lei e “fargliela pagare”.

Il sig. Filippo invece non la pensa così: lui conosce Claudio da circa 8 anni e pensa sia un ragazzo cresciuto con dei sani principi (trasmessi dalla madre e da lui, che l'ha accolto come proprio figlio nel momento in cui è andato a convivere con la compagna), pensa che Anna abbia fatto tutto il possibile per accudire il figlio e dargli tutte le attenzioni di cui necessitava. Filippo afferma che,secondo lui, il problema dell'uso della sostanza sia esclusivamente dettato da una trasmissione genetica: egli infatti racconta che la madre biologica di Claudio è morta di overdose dopo un lungo percorso di tossicodipendenza, dunque è convinto che il figlio stia iniziando a sperimentare le droghe a causa di un gene ereditato dalla madre.

La signora Anna si mostra in disaccordo con questo racconto, ma decide di non contrastare troppo il pensiero del marito.

Come si può notare da questa breve descrizione, i due racconti sembrano entrambi molto lineari e precisi nella mente dei due genitori: entrambi hanno cercato di darsi una spiegazione in merito al comportamento di Claudio raccogliendo gli elementi storici che hanno ritenuto più significativi.

In questo caso il compito del terapeuta è stato quello di creare insieme alla famiglia una complessità nella costruzione delle loro storie, arrivando alla creazione di una storia condivisa.

Per mezzo di domande circolari, riflessive capaci di dar spazio ad una visione differente, più ampia: il terapeuta è riuscito a perturbare il sistema portando un cambiamento.

Questo ha permesso alla madre di sentirsi meno in colpa nei confronti del figlio e a Filippo di capire quanto sia limitante attribuire la responsabilità della situazione ad un “gene della dipendenza”.

Insieme a Claudio (che negli incontri successivi si è presentato in seduta) è stata costruita una storia diversa, in cui la comunicazione è cambiata: ha ripreso a frequentare la scuola e ci racconta di aver diminuito drasticamente il consumo di cannabinoidi perchè “la sua nuova fidanzata non è d'accordo che lui fumi”. Il ragazzo e i genitori ci hanno spiegato questi cambiamenti con un'ulteriore spiegazione lineare, ma hanno pur sempre modificato il loro racconto, hanno iniziato ad intersecare gli elementi storici in modo differente, modificandone il proseguimento della storia, come direbbero White e Epston (1989) esiste una peculiare relazione fra tempo e narrazione:

“Nel tentativo di dare senso alla vita, le persone affrontano il compito di collocare le proprie esperienze degli eventi in sequenze temporali, in modo tale da arrivare a un resoconto coerente di se stessi e del mondo intorno a loro. Specifiche esperienze di eventi del passato e del presente, insieme a quelle che si prevede si verifichino nel futuro, devono essere connesse in una sequenza lineare per sviluppare questo resoconto , al quale ci si può riferire come una storia o un’auto-narrazione. Il successo di questo processo di costruzione delle storie fornisce alle persone un senso di continuità e significato rispetto alla propria vita, ed è su questo che si possono fondare il senso della vita quotidiana e l’interpretazione delle storie future.” (p. 19)

Da sempre la terapia ha dato un'importanza fondamentale al linguaggio, negli anni sono quindi entrati nel nostro campo concetti quali la co-costruzione della realtà, la soggettività della conoscenza, l’auto-riflessività, attraverso il contributo di Maturana, che sottolineava da una parte che la realtà emerge nel linguaggio attraverso il consenso, implicando tante realtà quanti sono i linguaggi, dall’altra che i significati dei messaggi sono dati dal ricevente. Questa evoluzione ci ha portato a vedere il linguaggio non più soltanto come un mezzo, ma come un fine della terapia, nel senso che, centrando l’attenzione sulle parole e sul modo in cui i clienti parlano , si può avere un’ impressione di come costruiscono la realtà: quindi l’uso di appropriate parole, espressioni e metafore poteva cambiare la loro realtà. (L. Boscolo e P. Bertrando)

CONCLUSIONI

“E' più facile fare il giudice che il genitore; l

o pensava anche Freud che sosteneva

che governare i popoli ed educare i figli

sono mestieri impossibili”

Avrei potuto scegliere differenti teorie e chiavi di lettura molteplici per analizzare il lavoro terapeutico svolto con un adolescente, ma ho scelto la narrazione (e le sue sfumature differenti) perché penso sia la modalità che si avvicina di più al mondo dei ragazzi, una sorta di continuità tra i racconti fantastici che li accompagnano durante l'infanzia e la costruzione di una storia differente, la propria storia, la quale, crescendo, può essere punteggiata in modo differente rispetto a come hanno fatto in passato i genitori per loro.

Penso che il periodo adolescenziale porti cambiamenti sostanziali all'interno della famiglia e tutti i membri dovrebbero avere il coraggio di rinnovarsi, di modificare il proprio modo di punteggiare la propria vita familiare, perché solo questo cambiamento può riportare la famiglia ad un ri- assestamento.

I figli hanno bisogno di trovare il loro posto nel mondo e per farlo devono cominciare trovando un nuovo posto all'interno delle mura familiari. I genitori, d'altro canto, si sentiranno spaesati in questa fase di transizione, avranno paura di non essere adeguati e spesso si chiedono perché ci sia stato un cambiamento radicale del figlio; cosa possono fare per far sì che il figlio continui a rispecchiare le aspettative che avevano in mente per lui..., ma come sostiene Hachet non possiamo conoscere come si evolverà la storia, cosa succederà in futuro, possiamo solo cercare di seminare come meglio crediamo e anche per noi terapeuti il compito è molto simile :

“Ci troviamo a vivere la stessa situazione dei genitori che dubitano fortemente delle misure educative adottate nei confronti dei figli. Come superare questa impasse?

Cercando di convincerci ,come questi genitori, che abbiamo comunque seminato qualcosa l'adolescente potrà in seguito raccogliere. Dobbiamo essere consapevoli che in una certa misura le cose ci sfuggiranno di mano, proprio come non ci è possibile tenere sotto controllo i tanti fattori che concorrono alla crescita di una pianta. Possiamo scegliere la terra da seminare, ma non possiamo intervenire in alcun modo sulle condizioni meteorologiche che sono vitali per lo sviluppo della pianta. La scommessa dell'incertezza può quindi tranquillizzarci”. (P.Hachet 2000)

BIBLIOGRAFIA:

- L. Baldascini (1997) L'adolescente e la sua famiglia:una transizione sincronica , Rivista di psicoterapia relazionale – fascicolo 5. M.

- Lancini et al. (2007) Genitori e psicologo. Madri e padri di adolescenti in consultazione, Franco Angeli

- B.P. Keeney (1983) L'estetica del cambiamento, Astrolabio

- P. Gambini (2007) Psicologia della famiglia,. La prospettiva sistemico-relazionale, Franco Angeli

- P. Bertrando (1997) Nodi familiari,Feltrinelli

- P. Hachet (2000) Mio figlio si è fatto una canna!, Edizioni Magi, Roma

- B. Strauch (2004) Capire un adolescente, Mondadori

- G. Bateson e M.C.Bateson (1987) Dove gli angeli esitano, Adelphi

- G. Bateson (1972) Verso un'ecologia della mente, Adelphi

- L. Boscolo, P. Bertrando (1997) Terapia sistemica e linguaggio, Rivista Connessioni N1 (13-25)

- M. White (1992) La terapia come narrazione, Astrolabio, Roma

- M. White, D. Epston (1989) Literate Means to Therapeutic Ends. Adelaide, Dulwich Centre Publications![endif]--

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